Takassit Voyages



Letture sul Sahara | Racconti di Viaggio


Racconti di Viaggio



RACCONTI DI VIAGGIO
dedicata ai racconti di chi ha partecipato ai viaggi Takassit Voyages



ALGERIA
"Trekking sul TASSILI n'AJJER"
Viaggio effettuato dal 01 al 10 Novembre 2001

di Davide Bergami e Antonella Bergonzoni
Prefazione
Tra genti Tuaregh c'e` un antico detto che dice "?c.. il deserto fu donato da Dio agli uomini per ritrovare la loro anima".
Durante la prima volta di un viaggio nel Sahara, si puo` rimanere catturati dalla sua misteriosa bellezza, cosi` prima o poi saremo costretti a tornarci una seconda volta e poi magari sempre piu` spesso. Il Sahara, e` il deserto per antonomasia, ed un viaggio alla sua scoperta e` molto piu` di un'avventura; la sua vastita` ed immutabilita` di questo mondo senza tempo, la si puo` avvicinare al nostro concetto di perfezione. Chi riesce a vivere e percepire la magia che sprigionano questi luoghi aridi ed inospitali, sa benissimo che ritornare tra le rocce e le sabbie di questo deserto, e` una scelta che ci permette di affrontare con rinnovato piacere le "scomodita`" di una vacanza sahariana. La repubblica d'Algeria, indipendente dal 1962, e` situata nella parte nord occidentale dell'Africa; con i suoi 2'800'000 kmq e` il secondo paese in ordine di grandezza del continente africano, il decimo al mondo e vasto ben otto volte piu` dell'Italia. Con questi numeri e` facile parlare di grandi spazi e grandi orizzonti.
Il territorio del grande sud sahariano, occupa ben il 52% dell'intero territorio algerino, con un clima tipicamente desertico, con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte e precipitazioni assai scarse. Vista l'enorme desertificazione del territorio,
la quasi totalita` della popolazione si concentra lungo la fertile fascia costiera. Il deserto algerino lo si puo` considerare il capostipite del turismo sahariano. L'Algeria era una delle colonie francesi piu` vecchie; qui oltre ai numerosi interessi economici, vi era un legame affettivo molto forte e profondo, in quanto la popolazione francese la considerava un'estensione della Francia e con un attaccamento al territorio forte quanto la loro patria. Questi legami uniti alla presenza di molte infrastrutture ed una profonda conoscenza del territorio, furono i motivi che spinsero molti francesi ed europei a questo nuovo tipo di turismo, nato dopo l'indipendenza del paese nei primi anni sessanta.
La barriera naturale che offre il deserto sahariano, ha risparmiato le genti Tuaregh del sud algerino, dalla guerra civile che infuria (e che non si e` ancora conclusa nonostante gli sforzi dell'attuale governo in carica) nel nord del paese, che ha provocato una vero e proprio bagno di sangue dei suoi stessi cittadini, stimato in oltre centomila vittime. Qui il richiamo del fondamentalismo non ha fatto presa sul popolo Tuaregh; un popolo con una forte identita`, da sempre fiero della propria liberta` ed indipendenza. Il turismo e` praticamente l'unica risorsa di queste genti; e` da qualche anno che i turisti europei stanno timidamente ritornando alla riscoperta delle bellezze di questo angolo del Sahara.
Il nostro viaggio avviene a distanza di circa due mesi dagli attentati su NYC ed il Pentagono; molti sull'onda emotiva di quanto e` successo hanno preferito rinunciare. Dopo aver ricevuto dall'agenzia ampie rassicurazioni in fatto di sicurezza e di fattibilita`, sotto lo sguardo a dir poco allibito di parenti ed amici, raggiungiamo all'aeroporto di Fiumicino i nostri altri due compagni di viaggio Paola e Felice e la nostra guida Tuaregh, Monseur Djaba che ci accompagnera` durante tutto il tour. Il viaggio Partendo da Roma in volo per Algeri, siamo costretti ad una notte nella capitale algerina; purtroppo non e` possibile avere la coincidenza in giornata per il sud est del paese. "Algiers la blanche", cosi` la descrive lo scrittore e premio Nobel per la letteratura Albert Camus (nato in Algeria nel 1913 da una famiglia francese); nella mezza giornata a nostra disposizione, abbiamo passeggiato sul lungomare Rue de la Marine, ammirando i suoi eleganti palazzi dagli alti porticati intonacati di bianco, ricordo dell'occupazione coloniale francese. Subito alle spalle di questa zona in stile prettamente europeo, si trova una collina dove e` ubicata la Casbah, vero e proprio cuore arabo della citta`, fatta di vicoli stretti e in parte decadenti. Una veloce visita poi ci portera` al Piazzale del Memoriale del Martire, dove svetta un'imponente monumento dedicato ai martiri della liberazione; da qui si ha una bella vista sulla capitale, sul suo lungomare e su un bel palmeto del giardino botanico che abbiamo di fronte.
Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto e con un volo raggiungiamo DJANET, dove ci attende Elkher il fido compagno di tanti viaggi di Djaba. Situata nel profondo sud algerino e adagiata sul fondo dell'Oued Edjeriu, che conserva ancora intatta la sua vita di citta` nomade di frontiera.
DJANET ex Fort Charlet, dal nome di un comandante della guarnigione francese, e` chiamata anche la perla del Tassili, ed e` una bella oasi di montagna saharaina posta ai bordi dell'antica falesia dell'altopiano n'AJJER, punto di partenza e d'arrivo per le escursioni sul Plateau del TASSILI.
Lo splendido isolamento geografico di questa oasi e` dovuto al fatto che a nord si estende per circa 1'000 km il grande Erg Orientale, a sud centinaia di km di pista desolata la separa dalle saline del Kaouar, ad ovest si trovano le magnifiche dune dell'Erg di Admer e infine a est si erge l'imponente altopiano roccioso del TASSILI n'AJJER, meta del nostro viaggio. La parte antica di questa splendida oasi e` abbarbicata sull'erta della falesia, ed e` costituita da abitazioni di fango e pietra; da qui e` possibile ammirare il grande palmeto con circa 20'000 palme da dattero e gli orti sottostanti, decisamente lussureggianti se si tiene in considerazione a quale latitudine ci troviamo. DJANET conta circa 7'000 abitanti ed e` suddivisa in quattro villaggi: EL MIHANE (dei nobili), ADJAHIL (degli schiavi affrancati), AZELLOUAZE e TIN KHATAMA (dei Tuaregh sedentarizzati), le cui origini affondano nella notte dei tempi.
Quest'oasi basa la sua economia sulla produzione delle oltre 30'000 palme e degli orti, che garantiscono la sopravvivenza ai Kel Djanet, sulla ripresa delle attivita` legate al turismo e sui contrabbandi con il confinante Niger.
Un breve giro a piedi ci fa entrare in contatto con la realta` pigra e cordiale del luogo; gli uomini sono seduti lungo i muri delle case, mentre alcune donne in abiti scuri portano carichi sulla testa. Uno sguardo veloce al mercato, piccolo ma essenziale e subito corriamo ad acquistare qualche souvenir, in particolare le famose e splendide croci Tuaregh. I dintorni di DJANET offrono parecchi luoghi suggestivi che meritano senz'altro una visita, come TIKOBAUIN dove ci aspetta una splendida distesa di guglie e torrioni di arenaria, creati dall'erosione del vento, posti tra corridoi di sabbia dorata finissima.
ESSENDILENE e` una sosta obbligata per ammirarne il parco; dapprima si entra in un vasto oued, delimitato ai suoi fianchi da imponenti torrioni di arenaria, dove una volta arrivati in fondo troveremo con nostra sorpresa una rigogliosa vegetazione costituita di palme ed oleandri.
Per raggiungere la guelta, lasciati i fuoristrada, percorriamo a piedi uno stretto canyon incastonato da alte pareti rocciose, ricco di oleandri, acacie e tamerici; alla fine possiamo finalmente ammirare questa misteriosa guelta di un colore verde cupo.
Nel nostro peregrinare abbiamo la possibilita` di vedere una grande tomba solare, splendido esempio di sepoltura neolitica, composta da un tumulo centrale e da due circonferenze di pietra. In seguito ci attende una piacevole "cavalcata" fra le morbide dune di sabbia dal color cipria dello splendido Erg ADMER. Qui si potra` ammirare un insolito panorama; il contrasto fra il colore scuro dei contrafforti del TASSILI e la morbida tinta d'orata delle sabbie dell'Erg, donano al paesaggio un tocco di magica irrealta`. Costeggiando poi la falesia del TASSILI n'AJJER, si raggiunge TERARART, dove alti torrioni di arenaria si innalzano dalle sabbie per svettare nel cielo, sulle cui pareti si puo` ammirare una delle piu` belle incisioni del neolitico, "le vacche che piangono", un bassorilievo di grande pregio.
L'altopiano del TASSILI n'AJJER si sviluppa per 750 km di lunghezza, con una larghezza variabile da 60 a 100 km, ed e` paragonabile ad un'immensa astronave che emerge dalle sabbie che lo circondano. Il Parco nazionale del TASSILI n'AJJER per il suo immenso valore nautrale e culturale, e` dal 1982 inserito nell'elenco del Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Dal 1986 e` stato inoltre inserito nella rete internazionale del Patrimonio dell'Uomo e della Biosfera (MAB - UNESCO), diventando cosi` la prima riserva della biosfera sahariana al mondo. L'accesso a questo parco nazionale e` severamente proibito se non si e` in possesso di un'apposita autorizzazione ufficiale e di una guida al seguito. Quello che rende il TASSILI singolare ed unico al mondo, sono le sue celebri pitture e graffiti disegnati sulla roccia, in una delle piu` grandi concentrazioni al mondo di arte rupestre, che raccontano la straordinaria evoluzione che ha subito il clima e le popolazioni in questa zona del pianeta.
Il valore artistico piu` alto e` raggiunto nell'epoca neolitica e nella preistoria, approssimativamente tra il 7'000 e il 6'000 a.c.
Questo vastissimo altopiano e` formato da arenarie antichissime create dai sedimenti marini, quando decine di migliaia di anni fa i mari occupavano queste terre. In lingua tamashek TASSILI n'AJJER significa altopiano dei fiumi; qui in tempi remoti i fiumi scorrevano numerosi e l'acqua ha scavato i profondi canyon che ora solcano l'altipiano.
Grazie alla sua scoperta e alle successive esplorazioni di Henri Lhote, siamo in grado di comprendere come 8'000 anni fa vivevano i nostri antenati, in un clima completamente diverso dall'attuale, con la presenza di fiumi impetuosi, di foreste lussureggianti e molte specie animali come giraffe, ippopotami, coccodrilli e rinoceronti che hanno popolato tutta l'Africa settentrionale. Ora, l'ambiente del TASSILI si presenta con un paesaggio pietrificato di rocce di arenaria dalle forme singolari e bizzarre, arido, praticamente inospitale dove sole e vento regnano incontrastati. Falesie scoscese, foreste di pietra, canyon e gole talmente incassate che il sole vi penetra soltanto quando e` sulla verticale, formazioni rocciose dalle incredibili forme scolpite dall'acqua, dal vento e dall'equilibrio statico in apparenza impossibile, guelte scavate nell'arenaria, sono le componenti paesaggistiche che colpiscono il viaggiatore, immerso in un mondo totalmente diverso da tutto cio` che lo circonda. Vista la natura geografica di questo altipiano, per raggiungere i siti ove si trovano le pitture rupestri piu` importanti, e` necessario effettuare un trekking a piedi; questo itinerario si svolge nell'area nord orientale del TASSILI.
Si parte da DJANET di buon ora con i fuoristrada fino ai piedi dell'Agba di TAFELALET, dove inizia il sentiero che ci porta sulla sommita` del Parco Nazionale.
Qui troveremo i Tuaregh con una carovana di asini che saranno utilizzati per portare i bagagli, i viveri e l'acqua necessari per essere autosufficienti per tutta la durata del trekking.
Iniziamo la salita in un ampio canalone dalle pareti scoscese su di una pietraia sconnessa, che si restringe man mano che ci inerpichiamo verso la sommita` dell'altipiano.
Dopo quattro ore di marcia, superato un dislivello di circa 500 metri raggiungiamo l'altipiano; qui improvvisamente le alte mura rocciose scompaiono, lo spazio si apre su di un tavolato piatto perfettamente orizzontale, coperto di sassi neri che brillano sotto un sole implacabile. Ci incamminiamo verso est, in fila indiana, in un paesaggio desolato sferzato dal vento, senza punti di riferimento e privo di qualsiasi forma di vita, se non la presenza di qualche filo d'erba ingiallito.
Dopo un pomeriggio di marcia, quando al crepuscolo la luce cambia, raggiungiamo la valle dell'oued TAMRIT, piu` conosciuta come "la valle dei cipressi". Qui, circondato da un deserto che si estende per centinaia di chilometri, sopravvivono nel letto del fiume fossile decine di grandi cipressi millenari, (il loro nome botanico e` cupressus dupreziana) ultimi testimoni di una flora un tempo rigogliosa ed oramai estinta. La loro eta` e` stata stimata intorno ai 4'000 anni; i Tuaregh li chiamano "Tarout" e sono dei veri e propri fossili viventi, viaggiatori del tempo che hanno attraversato la nostra storia, all'ombra dei quali madre natura ha compiuto trasformazioni praticamente irreversibili. Questa specie endemica di cipresso e` localizzata ad un'altitudine variabile dai 1'600 e i 2'000 metri di altezza; ora le attuali condizioni climatiche non permettono piu` la germinazione e non ci rimane che sperare in un aleatorio capriccio climatico tale da rendere nuovamente possibile il loro perpetuarsi. Sullo sfondo ammiriamo le inconfondibili rocce un po' tozze di TAMRIT, che somigliano sorprendentemente ai castelli di sabbia che si fanno sulle nostre spiagge, facendo gocciolare dalle mani la sabbia bagnata.
Dopo al prima notte passata nelle vicinanze di TAMRIT, sotto un sole tiepido ci incamminiamo di buon ora verso l'ampia vallata di IN - ITINEN, dove incontriamo splendide pitture, che troviamo nascoste nelle cavita` che sono alla base delle pareti rocciose. Dipinte con terre policrome e polveri colorate che unita alla porosita` della roccia ne favorisce l'attecchimento, ecco comparire dinnanzi ai nostri occhi, magnifiche scene di caccia ad animali selvaggi e momenti della vita quotidiana degli uomini che vissero qui, dove oggi infierisce un vento violento e torrido, che nel corso dei secoli, ha inaridito tutto. Ammiriamo inoltre la raffigurazione del famoso "carro dei Garamanti"; un dipinto che raffigura un carro a quattro ruote trainato da cavalli al galoppo e risalente all'incirca al I millennio a.c.
I Garamanti erano un'antica popolazione di nomadi - guerrieri - esploratori che nel I millennio a.c. furono i padroni incontrastati delle grandi vie di comunicazione, che dal Mediterraneo attraverso il Sahara, allora verde, arrivavano ai grandi regni dell'africa Nera, che si trovavano a sud del sahel. La loro capitale era l'antica Garama, le cui rovine si trovano ora in territorio libico. Dopo mezza giornata di cammino si raggiunge SEFAR, una delle zone piu` ricche e piu` importanti al mondo di arte rupestre, dove troviamo dipinti raffiguranti "gli uomini dalla testa rotonda"; dipinti tra i piu` antichi e raffinanti che si possono trovare nell'area sahariana. Qui a poco a poco un mondo sconosciuto e sepolto da migliaia di anni emerge sotto i nostri occhi, raccontando per immagini la vita quotidiana dei nostri antenati sahariani. La datazione di queste pitture va dal 4'000 al 3'000 a.c. e che raggiungono qui nel TASSILI la loro massima espressione.
Si caratterizzano per la raffigurazione di esseri umani con la testa di grandi dimensioni e perfettamente rotonda, il contorno delle figure e ben delineato e numerosi sono gli ornamenti e le acconciature piuttosto fantasiose. Verso la fine di questa fase, intorno a circa il 3'000 a.c., queste figure assumono dimensioni gigantesche, fino ad avere altezze di 5 6 metri. SEFAR e` anche un immenso labirinto dove le rocce completamente nude hanno assunto forme stranissime per effetto dell'erosione eolica; un labirinto di torri cilindriche, guglie sottili, terrazze sporgenti e lunghi corridoi sabbiosi, in un paesaggio lunare, incombente che incute quasi paura La guida Tuaregh ci infonde sicurezza e tranquillita`, guidandoci sicuri tra questi meandri, dove la natura e` priva di ogni forma di vita ed ogni angolo pare sia perfettamente identico all'altro. In lontananza i profili di queste rocce assomigliano ai grattacieli di un'antica metropoli di pietra oramai abbandonata; tra questi palazzi diroccati, intravediamo un cielo color cobalto attraverso gli squarci, che ricordano finestre di edifici abbandonati. SEFAR e` divisa in due dall'oued che prende il suo nome; verso est troviamo SEFAR MELLET, la citta` bianca, mentre ad ovest incontriamo SEFAR SETTAFET, la citta` nera. Queste forme bizzarre dovute all'erosione dell'acqua unita a quella eolica, danno un senso di magia tale che i Tuaregh credono che questa in questa zona dell'altipiano si trovino i djenou, gli spiriti maligni che qui vi trovano dimora. Possiamo inoltre ammirare in tutta la sua maestosita` e grandezza l'affresco noto come "il Dio di Sefar", una figura mascherata antropomorfa alta 3,20 metri, attorniata da donne ornanti e antilopi; siamo perplessi e letteralmente increduli di fronte a questa fantascientifica figura umanoide. Chi era ? Un dio dimenticato ? Un sacerdote ? Oppure un semplice stregone ?
Parecchi anni fa c'e` chi ha avanzato ipotesi suggestive su queste figure fantastiche. In alcune di loro c'e` chi ha voluto scorgere la conferma che esseri extraterrestri in epoche remote avrebbero visitato il pianeta Terra. Si rimane comunque letteralmente increduli di fronte ad alcune figure umanoide, che sembrano indossare un vero e proprio scafandro spaziale. A fine giornata la stanchezza comincia a farsi sentire ma tuttavia questa e` una dolce fatica.
Il trekking e` stato fino ad ora un'esperienza per noi nuova ed entusiasmante; la solitudine, il dilatarsi del tempo, l'assenza di qualsiasi rumore, tranne quello prodotto dai nostri passi, affascina i sensi e ti permette di concentrarsi maggiormente su tutto cio` che ci circonda. L'incontro con il deserto condotto in questo modo, ci da` l'impressione che questa sia la prima volta che ci avventuriamo nel cuore del Sahara. Immaginate un deserto che cambia in continuazione, che ora si restringe come in un labirinto naturale in stretti corridoi tra alte pareti di arenaria e ora si apre su piatti tavolati rocciosi in uno scenario sconfinato, dove l'occhio corre senza sosta; questa e` la magia del TASSILI n'AJJER. Di fronte a tanta grandezza del creato, ci viene spontaneo riflettere che madre natura abbia voluto riappropriarsi questo territorio, rendendolo inospitale ed invivibile al genere umano. All'imbrunire, quando la luce diviene piu` morbida, ci si ferma per posare il campo. Qui ritroviamo la nostra carovana di asini che con tutto il loro carico di bagagli e vettovaglie ci ha preceduto, percorrendo sentieri diversi. Mentre noi allestiamo le nostre tende per la notte, i Tuaregh che ci accompagnano cercano una sistemazione in qualche anfratto roccioso, al riparo dal vento, dove Elkher si appresta a prepararci un'ottima cena ristoratrice. Trascorsa la notte a SEFAR, l'indomani mattina si riprende il cammino in direzione UAN TUAMI, dove in un punto panoramico e` possibile ammirare per intero la rara bellezza paesaggistica dell'altopiano del TASSILI n'AJJER. Qui troviamo una presenza di rocce massicce che assomigliano vagamente a gusci di tartaruga; alla base di queste si trovano anfratti, creati dalle erosioni eoliche, che celano un'impressionante quantita` di pitture e graffiti. In questa vera e propria pinacoteca all'aria aperta, davanti ai nostri occhi, emerge a poco a poco un mondo oramai sepolto da migliaia di anni. Tutti gli stili sono qui rappresentati da quello delle "teste rotonde", al "bovidiano", al "cavallino",al "camellino", sono un'importante testimonianza di un'antica fecondita` e floridezza di questi luoghi, che oramai si e` persa per sempre. Non si riesce a resistere; ho scattato decine e decine di diapositive a queste straordinarie raffigurazioni nel tentativo di salvarle nella nostra memoria e sottrarle cosi` all'inevitabile scorrere del tempo. Abbiamo inoltre l'occasione di ammirare una delle rare guelte di questo arido altipiano; questi imbuti naturali raccolgono quel po' di acqua piovana che cade durante i rari acquazzoni, alimentando cosi` un piccolo microcosmo ecologico. Durante una breve sosta, incontriamo tre individui che con passo spedito percorrono una delle tante piste di questo altipiano che collegano DJANET con la vicina Libia; queste sono percorse per lo piu` da clandestini o da contrabbandieri.
Un breve saluto con un cenno del capo e dopo pochi attimi scompaiono come d'incanto dalla nostra vista, come se queste foreste di pietra li avesse improvvisamente inghiottiti. Il paesaggio pietrificato del TASSILI e` sempre molto duro e aspro, caratterizzato da una serie infinita di passaggi labirintici, gole, canyon e piccole pianure che si aprono e tornano a morire in questo dedalo di rocce; arriveremo poi a UAN GUFFA, dove poseremo l'ultimo campo. Sempre sotto lo sguardo vigile e attento della nostra guida, andiamo alla ricerca di altri affreschi preistorici, che si rivelano di straordinaria bellezza. Questi giorni di marcia sull'altipiano a SEFAR, TAMRIT, IN-ITINEN, ?c?c sono giorni, trascorsi in assoluta liberta`, in un silenzio che ci , soverchiato a volte dal sibilo del vento del deserto, di bivacchi sotto un cielo stracolmo di stelle. Mai prima d'ora avevamo provato tante emozioni; si tende a cercare un contatto fisico con la sabbia e le rocce che ci circondano, come un desiderio di riappropriarsi della natura e di entrare a farne parte. E' bello fermarsi ad ascoltare il proprio battito del cuore ed il proprio respiro e di sentire di essere in sintonia con tutto cio` che e` attorno a noi. Di notte, lo scintillio dei miliardi di stelle che formano la Via Lattea, sforacchia il buio dello spazio siderale nero come l'inchiostro di seppia e ci lascia letteralmente a bocca aperta.
Tutto questo nomadismo e` esattamente l'opposto della vita che conduciamo tutti i giorni, ed e` per noi un riappropriarsi di una liberta` perduta e assaporare momenti di vita vibranti di emozioni, unici ed irripetibili.
Qua si riesce a comprendere cosa e` e cosa significa la parola liberta`; capiamo perche?L nonostante le precarie condizioni di sopravvivenza in questi aridi territori, i Tuaregh non riescono ad abbandonare la loro vita errante.
L'ultima mezza giornata ci vede partire per l'Agba TIN ZEZEGA; percorrendo l'oued TIN ZEZEGA, lanciamo un ultimo sguardo carico di malinconia ai contrafforti del TASSILI, ed arriviamo all'oued Agba TAFELELET, per poi ridiscendere e alla cui base ci attendono nuovamente i fuoristrada per il rientro a DJANET.
Abbiamo purtroppo constatato di persona che questo inestimabile patrimonio di arte preistorica rupestre, tra i piu` affascinanti ed importanti dell'umanita`, versa in gravi condizioni, a causa del loro stato di degrado.
Il loro deterioramento, causato soprattutto all'irresponsabilita` di molti turisti, che nel corso degli anni per far risaltare il piu` possibile i colori nelle fotografie, non hanno esitato a bagnare con acqua o addirittura con liquido organico queste splendide raffigurazioni. Ma non finisce qui; nei luoghi che sono deputati per l'allestimento dei campi notturni, si trovano dei veri e propri cumuli di immondizia di ogni tipo, lasciati li` da chi ci ha preceduto negli anni passati. C'e` stato un timido tentativo da parte di alcuni operatori locali al fine di sensibilizzare le autorita` locali, per portare a valle tutta questa spazzatura, ma fino ad oggi non si e` ancora potuta fare nulla. Nel tardo pomeriggio decolliamo da DJANET alla volta di Algeri; ci godiamo dall'alto lo spettacolo che offre il deserto, con le sue immense distese di sabbia e le imponenti formazioni rocciose.
Salutiamo con profonda gratitudine e commozione Djaba ed Elkher, oramai due nostri amici nonche?L splendide guide sahariane, con le quali abbiamo trascorso giorni indimenticabili e che ci hanno condotto con molta disponibilita` e professionalita` alla scoperta di questo incredibile angolo di Sahara.
Algeri ci appare improvvisamente nel buio della sera, con uno sfavillio di luci, adagiata sul golfo che si affaccia sul mar Mediterraneo; una volta rientrati in citta`, il rumore, la moltitudine delle persone ed il traffico caotico, ci appare fastidioso ed inutile.
Chissa` perche?L ci sembra che solo il deserto sia perfetto.

TREKKING SUL TASSILI
"UNE SAISON EN PARADIS"
27 febbraio 2002.

A Fiumicino incontro i miei compagni di viaggio: Ezio, Fiorenzo, Eugenio, Dario e Raffaella, sua moglie, Anna e Maria Grazia, sorelle, benche?L assai diverse nell'aspetto e nel tempera mento.
Mi basta poco per accorgermi che sono persone che hanno gia` "incontrato" il deserto e che lo amano tanto da volerci ritornare. Le premesse non potrebbero essere migliori per un viaggio che si profila tanto interessante quanto faticoso.
L'aereo e` quasi in orario: questo viaggio si prospetta fortunato gia` in partenza.
Ad Algeri troviamo, puntuale come sempre, Hafid, che ci accompagna in albergo, perche?L l'aereo per Djanet parte domani mattina.
Qui troviamo due giornalisti italiani, che domani partiranno per Tinduf contempora neamente a noi, e con loro ceniamo: sono simpatici e contribuiscono a rendere ancora piu` allegra la cena, che gia` risente dell'entusiasmo che accompagna l'inizio di un viaggio che ha il sapore dell'avventura.
E per me e` doppiamente un'avventura, perche?L mi trovo per la prima volta con la intera responsabilita` della gestione di un gruppo, che per di piu` ha delle aspettative qualificate, che meritano di non essere deluse.
Timras-Tikobaouin-Essendilene Anche questa mattina l'aereo parte quasi puntuale e arriviamo a Djanet nella tarda mattinata. Sidi e Elkher ci attendono all'aeroporto, Elkher elegantissimo nella sua gandura bleu col shesh giallo. Per un attimo non ci riconosciamo: io ho i capelli molto piu` lunghi dell'ultima volta che ci siamo visti, lui ha il viso quasi completamente coperto dal shesh; ma basta il suono della sua voce che mi chiama ed e` una gioia ritrovarsi e salutarsi.
C'e` anche Ahmed, il secondo autista, e subito dopo faccio la conoscenza con Aziz, il cuoco, che verra` con noi sul Tassili. Sono i tuareg che lavorano per "Imaran?f voyages", e per me sono i compagni di tante escursioni nel deserto algerino e ormai degli amici . Noto la presenza insolita di numerose donne in abiti colorati ed elegantissimi: evidentemente si attende qualche personaggio importante. Poco dopo si alza il loro grido stridulo, lo stesso che risuona in modo ossessivo e inquietante in una scena notturna di "Ultimo the nel deserto". Ora ha un tono di esaltazione festosa, mentre le donne si assiepano sulla porta d'ingresso, da cui entra una figura completamente velata di nero. E' una sposa novella, mi dice Elkher.
Recuperati i bagagli, saliamo sui Toyota e ci dirigiamo verso Terarart: "les vaches qui pleurent" sono la prima immancabile meta, e non smettono mai di stupirmi ogni volta per la loro estrema eleganza e la loro modernita`, e perche?L ogni volta mi svelano qualche loro segreto, come le grandi opere d'arte, che non finiscono mai di parlare a chi le guarda con amore e col desiderio di entrare nel segreto della loro anima vecchia di secoli o millenni.
Poi subito via verso l'erg Admer alla ricerca dei gassi che si insinuano fra le curve morbide delle dune color cipria. Un particolare insolito attrae la mia attenzione: un velo di polvere nera si addensa qua e la` sulle dune nei punti piu` esposti al vento. Chissa` da quali lontane rocce arenariche l'ha portata il vento! E qui ci insabbiamo per la prima volta: la macchina di Ahmed non riesce ad uscire da una conca. Intanto che lui e Elkher ci provano, ci incamminiamo a piedi sulle dune, poi, appena ci raggiungono, risaliamo e ci dirigiamo velocemente verso Timras: si vedono gia` in lontananza le sue torri di arenaria che si innalzano su cumuli di sfasciumi a forma di tronchi di cono. Il contrasto fra il loro colore scuro e la morbida tinta dorata della sabbia da` al paesaggio un tocco di magica irrealta`. Il cielo e` solcato da striature di nubi bianchissime, che gli conferiscono un'insolita profondita`. E' raro vedere sul Sahara un cielo cosi` mosso; lo osservo assaporandone la bellezza, perche?L si fissi nella memoria con lo splendore di una gemma rara. Ci addentriamo seguendo un percorso che ora si restringe, ora si allarga in vasti spiazzi sabbiosi, chiusi da cortine di rocce dalle forme mutevoli , che sembrano fare da argine alla tentazione dell'anima di smarrirsi nell'infinito. A Tillilene scendiamo e procediamo a piedi: si ha bisogno di un contatto piu` intimo con questo paesaggio forte, che tanto travalica i limiti umani; toccare la sabba coi piedi nudi regala la sensazione esaltante di esserne parte. I Toyota ci sorpassano e si fermano sull'alto di una duna; Elkher, che e` un ballerino, alza il volume del mangianastri e si mette a ballare, subito imitato da Aziz.
Li raggiungo velocemente e mi unisco a loro, felice di ritrovarmi in questa dimensione, in cui sento tutto il mio essere espandersi in liberta` con uno slancio mai conosciuto, protetta dall'amicizia di questi uomini dal sorriso aperto e dagli occhi luminosi e acuti. Al tramonto raggiungiamo Tikobaouin: i profili delle rocce si fanno piu` morbidi e rotondi, i colori piu` pastosi.
Cerco il profilo della roccia che si protende e si inarca come un'enorme proboscide di elefante; Elkher me la indica da lontano. Facciamo una breve escursione nei dintorni e salgo sul massiccio da cui so che si domina l'avvallamento sabbioso che domani attraverseremo, disseminato di rocce isolate. La sera che scende spegne i colori, attenua il contrasto luce-ombra e il paesaggio pare sospeso nella tensione di un'attesa. Durante la discesa scopriamo fra la sabbia due boccioli di "ahle?Lwan" (Cistanche Phelypea), come due grosse spighe ancora chiuse; uno ha da poco bucato la crosta della sabbia. Appaiono cosi` teneri sullo sfondo di questo paesaggio arido! E insieme danno l'idea di una vitalita` indomabile. Torniamo al campo che e` quasi buio; dietro le rocce alle nostre spalle si sta gia` diffondendo la luce bianca e fredda della luna; sopra di noi uno stellato che gli occhi non si stancherebbero mai di guardare. Ho scelto per dormirci un avvallamento stretto fra una duna e le rocce; sembra una culla , ma il vento vi si insinua e la duna produce ben presto una sensazione di freddo, che mi dura per tutta la notte, acuito dal biancore lunare, che ha invaso tutto il deserto. Al mattino procediamo a piedi[i], finche?L non ci raggiungono i Toyota. Ci immettiamo sulla strada per Illizi, ma ben presto l'abbandoniamo per entrare nell' oued Essendilen, vasto all'inizio, col fondo cosparso di cespugli, acacie e tamerici, e delimitato ai fianchi da torrioni rocciosi del tutto simili a quelli di Timras, ma dalle tinte piu` morbide. Oltrepassiamo alcune tende di nomadi touareg e un branco di cammelli che non si lasciano avvicinare. Il fondo dell' oued si restringe a poco a poco, mentre la vegetazione s'infoltisce; alla fine, dove alte pareti di roccia chiudono l' oued, compaiono le palme e gli oleandri e persino una grande, robusta pianta di fico: siamo vicini alla guelta, famosa per la sua bellezza e anche perche?L teatro dell'episodio finale del romanzo "Incontro a Essendilen" di R. Frison Roche, un alpinista francese che, stregato dal deserto, ha lasciato le Alpi per le montagne dell'Hoggar e dell'Assekrem.- Per raggiungere la guelta, incastonata fra rocce strapiombanti, percorriamo uno stretto canyon, aprendoci quasi la strada fra la fitta vegetazione di acacie, tamerici, teak e soprattutto oleandri.
Elkher mi ha confermato che da quasi due anni non piove a Djanet, ma qui deve essere venuto di recente un acquazzone: in qualche anfratto il terreno e` melmoso e quando arriviamo alla guelta, vedo che sulle rocce che bordano il minuscolo laghetto sono nati dei ciuffi verdissimi di una pianta che assomiglia al capelvenere, che si riflettono dentro l'acqua immobile e paiono animarla. In gennaio non c'erano.
Rimango stupita dell'aspetto ridente e vivo che questi ciuffi di un verde tenerissimo danno alla piccola conca, che solo due mesi fa mi era parsa fredda, nonostante la presenza dell'acqua e della vegetazione.
Anche i miei compagni di viaggio ne rimangono affascinati e Eugenio indugia a lungo vicino al laghetto, per schizzare il paesaggio su fogli da disegno, che si porta sempre appresso.
Akba Tafilelet-Tamrit-Timenzousine-Tan Zoumaitac-Valle dei cipressi Nel primo pomeriggio ripartiamo per Djanet; dobbiamo rivedere e integrare l'equipaggiamento in vista dell'obiettivo vero del nostro viaggio: 7 giorni di trekking sul Tassili.
Questa notte dormiremo ad akba Tafilalet, ai piedi dell'altopiano, per poter partire domattina presto: ci attende una salita di 600 m., e` bene farla quando non e` ancora troppo caldo. Il cielo si vela di nubi, mentre corriamo veloci sul pianoro sabbioso che orla l'erg Admer, ma si rischiara al tramonto e quando arriviamo all' akba l'ultimo sole arrossa i torrioni di roccia che l'erosione millenaria ha separato dai primi contrafforti del Tassili, dietro cui le nubi si sfilacciano lentamente.
Lo spettacolo ha qualcosa di sovrumano. Nessuno resiste alla tentazione di fotografarli per portarsi via una scheggia di questa bellezza, per salvarla nella memoria e sottrarla per sempre al fluire del tempo.
Sul Tassili si sale solo a piedi, accompagnati dagli asinelli, che trasportano bagagli e provviste, e da una guida autorizzata: "Takassit Voyages " ce li fa trovare ai piedi dell?fakba e la sera al campo e` movimentata dall'incontro con gli asinieri e con Ouaoua, la guida che ci condurra` attraverso le meraviglie di quest'altopiano, che ospita migliaia di pitture rupestri risalenti fino a 8000 anni prima di Cristo, e che riserva ad ogni passo la sorpresa di un paesaggio tutto di roccia, ma perennemente mutevole. Domani ci seguiranno a distanza i graziosi asinelli bianchi e grigi guidati da Moni e da Mohammed. Gia` in dicembre Moni e` stato con me sul Tassili e l'incontro e` caloroso e cordiale.
E' alto e magro, di pelle molto scura, ha uno sguardo penetrante e un aspetto nobile nella sua gandura azzurra, stretta in vita da una fascia scura; ha i lineamenti duri e un'aria riservata, ma io ho visto i suoi occhi illuminarsi e il suo viso aprirsi in un sorriso affascinante una sera, a Tamrit, mentre davanti al fuoco ci raccontava un episodio della sua giovinezza, quando, parlandole, era riuscito a conquistare l'amore di una ragazza, fino ad allora sorda alle sue attenzioni. La serata e` particolarmente allegra: siamo tutti eccitati all'idea dell'avventura che ci attende, io in particolare, che da tempo desidero percorrere l'intero circuito attraverso i maggiori siti dell'arte rupestre sahariana. C'e` anche sotto sotto il dispiacere di separarsi da Elkher e Ahmed, anche se so che li ritrovero` a akba Aroum, dove verranno a prenderci fra una settimana. La luna imbianca le rocce e la sabbia quando mi corico sotto un'acacia, piu` con la voglia di respirare l'atmosfera trasognata del luogo che col desiderio di dormire. Ci pensa Elkher a tenermi sveglia: contro le buone regole del Corano si e` scolata mezza bottiglia di vino e ha piu` voglia che mai di scherzare, nonostante il male alla gola, per il quale ho gia` provveduto a rifornirlo di medicinali. Sono costretta a zittirlo piu` volte, ben sapendo che, permaloso com'e`, domattina se ne lamentera`. Quando la sveglia suona all'alba, e` da un po' che sento gli asinieri in fermento. Hanno gia` radunato gli asini , che la notte vengono impastoiati e lasciati liberi di cercarsi il cibo; Aziz ha provveduto alla colazione e alle 7 siamo in grado di metterci in cammino con Ouaoua in testa, che sale con la leggerezza di una gazzella. E' di corporatura minuta, veste pantaloni larghi di colore nero con sopra una corta gandura di dubbio colore bianco, e sopra ancora un cappottino di un verde militare stinto. Ha due occhietti piccolo e tondi, luminosi e sorridenti. A meta` della prima akba ci raggiunge Aziz, che e` rimasto per aiutare a fare il carico e che porta la valigetta della farmacia e il sacco col pane; gli asini vanno piu` adagio di noi, percio` ci portiamo delle provviste per quando arriveremo a Tamrit, verso mezzogiorno. Insieme con Aziz chiudo la colonna che sale, in modo che Ouaoua, vedendoci, sappia che il gruppo e` al completo. In cima alla prima akba si apre davanti a noi il pianoro chiamato Tefetest, disseminato di magre acacie; lo percorriamo e affrontiamo l?fakba Tandjeredjere` per un ripido sentiero fra le rocce, sbucando infine su una piattaforma rocciosa, da cui si domina a destra una spaccatura profonda, che comunica con un vallone laterale e ospita una guelta dal colore verde cupo. Scendiamo nel canyon di fronte attraverso una sassaia malagevole, a meta` della quale, sulla destra, si apre in un incavo della roccia il letto asciutto di un' altra minuscola guelta, circondata da oleandri ancora rigogliosi.
Fra i sassi spunta ogni tanto il miracolo di un cespuglio verde con fiorellini lilla,gialli, bleu. Alla fine del canyon prendiamo a destra il sentiero sassoso dell'akba Tekbelonfas, che ci portera` in quota.
E' il sentiero percorso dagli asini ed e` pieno di sassi mobili, che rendono penosa la salita. Ho sempre fatto l?fakba Tin Zezeja, una via piu` ripida e piu` breve, ma meno malagevole; forse Ouaoua ha imboccato questa perche?L sale piu` gradatamente. In cima alla terza akba si apre il pianoro sassoso che ancora ci separa dalla meta; qui la vista spazia a 360??e in fondo si intravvedono le rocce un po' tozze di Tamrit, somiglianti ai castelli che fanno i bambini sulla spiaggia, facendo gocciolare dalla mano la sabbia bagnata. E' una fortuna che il sole si sia un po' offuscato, perche` sono ormai le 11 e il caldo si fa sentire.
A lato del sentiero scopriamo la traccia lasciata da un uromastice, che si e` rintanato sotto una pietra. Qua e la` qualche cespuglio di teak in fiore e di tronak ( e` Aziz che me ne dice il nome). Raggiungiamo Tamrit alle 12 e ci fermiamo sotto un grande cipresso isolato, che desta stupore nei miei compagni; sapevano dei cipressi millenari di Tamrit, ma la comparsa improvvisa di una pianta dall'enorme chioma in questo paesaggio pietrificato suscita grande emozione e sorpresa. Ouaoua si allontana senza dire nulla; piu` tardi capisco che e` andato a pregare. Mentre gli altri riposano, vado con Aziz a cercare un luogo dove porre il campo e a salutare i touareg che custodiscono il campo tendato di Sonatrac, che sorge li vicino. Ci accoglie l'immancabile Osman, col quale ricomincia l'altrettanto immancabile contrattazione sul numero dei cammelli che voglio per sposarlo; e come al solito non troviamo un accordo. Beviamo un po' di acqua dalla cisterna del campo e veniamo invitati a pranzo. Lascio Aziz con loro, perche?L non ha portato nulla da mangiare per se?L, e ritorno dal gruppo, per riposare un poco sotto il grande cipresso. Alle 15 ci rimettiamo in cammino per visitare Tamrit superiore e Timenzousine, lasciando Aziz con i nostri zaini; gli asini non sono ancora arrivati. Rivedo le elegantissime antilopi color ocra con una bianca banda sinuosa che ne disegna il petto, la gola e le corna, e poco oltre, sul soffitto di un basso riparo roccioso, che mi costringe a penetrarvi carponi, Ouaoua mi indica un dipinto quasi del tutto cancellato, la cui decifrazione pare quasi impossibile.
L'osservo ansiosa di trovare una chiave di lettura e improvvisamente la scena mi si illumina: e` la "barca egizia", che ho visto nella riproduzione fattane da H. Lothe, che scopri` nel 1956 la maggior parte delle pitture rupestri del Tassili. Mi sento felice come se avessi scoperto un tesoro e seguo con amore le linee tracciate sulla roccia, che riprendono vita e forma nella mia fantasia, come se le vedessi in tutto il loro antico splendore. A Timenzousine mi aspetta un'altra sorpresa: una lastra rocciosa orizzontale sulla quale e` inciso un grosso elefante. Sono gia` passata di qui almeno una volta; qui vicino c'e` la scena dei danzatori e quella degli uomini col corpo dipinto, ma non ho mai visto questo grande animale, che fra l'altro e` un unicum, sia perche?L e` un graffito, sia perche?L l'immagine dell'elefante compare di rado nelle pitture del Tassili. Ci divertiamo a riempire con la sabbia il solco del graffito e alla fine l'immagine del pachiderma risalta nitida sullo sfondo grigio della roccia.
Sulla via del ritorno troviamo il covo di un uromastice: le tracce sono nitide e dentro la tana sentiamo muoversi l'animale, stuzzicato da Ouaoua con un bastoncello. Quando siamo in vista del grande cipresso scorgiamo i nostri zaini e Aziz, ma gli asini non ci sono. Comincio a preoccuparmi. Aziz, per tranquillizzarmi, mi dice che il ritardo e` normale: i passaggi fra le rocce sono stretti e difficoltosi; gli animali a volte sono riottosi, bisogna scaricarli, portare a spalle il carico e ricaricarli dopo i passaggi piu` duri.
Lo so, ho gia` visto questa scena, ma non riesco ad impedirmi di essere inquieta, anche se la vicinanza del campo di Sonatrac e` tutto sommato rassicu rante. Per ingannare l'attesa ci muoviamo con tutto il gruppo verso il luogo scelto per il campo, lasciando Ouaoua sotto il cipresso, per segnalare agli asinieri il nostro spostamento.
Mentre ci avviciniamo al campo tendato, Osman e un altro touareg, appollaiati su una roccia a mezza altezza, ci segnalano la comparsa degli asini; un raglio in lontananza ce ne da` la conferma.
Mi rassereno e gusto con soddisfazione l'acqua che un touareg gentilmente ci porta dal campo; mi torna la voglia di scherzare con Aziz, il cui largo sorriso e i cui occhi luminosi promettono disponibilita` totale a collaborare per superare senza ansie tutte le possibili difficolta`. Dopo poco compare in lontananza su una roccia Ouaoua, che ci fa dei segnali: gli asinieri non hanno colto in tempo il suo messaggio e hanno scaricato gli animali sotto il grande cipresso. Dispiace rinunciare al campo sotto le rocce, ma poco male: vicino al cipresso dei muretti a secco delimitano degli spazi circolari, entro cui ci si puo' agevolmente riparare dal vento, sempre presente sull'altopiano. Cenare li dentro, davanti al fuoco acceso, crea un'atmosfera intima, calda, in cui i rapporti umani sono facilitati; e` qui che pochi mesi fa ho visto trasfigurarsi il volto di Moni al ricordo di quel suo amore giovanile. A cena quasi finita arrivano gli uomini del campo tendato. Conosco la disponibilita` dei touareg all'allegria, all'ironia, al gioco; basta un piccolo incitamento, perche?L Osman afferri una tanica vuota e si metta a cantare, suonando il tam tam. Canta inventando, lo si capisce anche senza afferrare il senso delle parole, e a tratti incrina la voce e la spegne in un gemito:"fatigue?L", inclinando un poco la testa di lato per dare l'impressione visiva della stanchezza; e subito ricomincia fra l'ilarita` generale con un'altra strofa. Poi si mette a giocare con un pendolo improvvisato, facendo fantasiose predizioni sulle future tappe del nostro viaggio. Intanto e` arrivato Moni con il the, a cui non riesco a dire di no, anche a rischio dell'insonnia. Quando tutti vanno a dormire, rimaniamo io e Aziz, che mi informa che gli asini, troppo carichi, hanno portato solo quattro taniche piene di acqua; dopo i consumi della giornata ne restano solo due. Contemporaneamente Ouaoua mi comunica una variazione al programma: domani sera si fa il campo a Ouan Touami invece che a Sefar, dove si potrebbe fare rifornimento di acqua. Chiamo Moni e, con Aziz che mi fa da interprete, chiedo che domattina si riempiano a Tamrit quattro taniche, in modo da averne sei per i prossimi due giorni, in cui non sara` possibile rifornirsi. Moni fa resistenza, ma alla fine acconsente; so gia` che non lo fara`, del resto non e` possibile sovraccaricare gli asini, ma ho insistito perche?L capisca che ho intenzione di tenere sotto controllo la situazione. Aziz ha gia` calcolato che i consumi pro die sono di circa 30 l.; riducendo al minimo la razione dedica- ta all'igiene personale, ce la possiamo fare anche con quattro taniche, ma da Sefar non potremo partire senza otto taniche piene: ci aspettano 4 giorni senza possibilita` di rifornimento. A quel punto pero` il problema del sovraccarico non ci sara` piu`, grazie al consumo delle derrate alimentari, e il percorso sara` in piano. Al mattino di buon ora ci mettiamo in cammino per Tan Zoumaitac. Il paesaggio pietrificato del Tassili si presenta con una varieta` inesauribile di forme e non finisce mai di stupire. A Tan Zoumaitac le rocce assumono l'andamento di fasci di colonnine interrotte da marcapiani; le stesse colonnine, piu` basse e piu` tozze , sorreggono talvolta grandi rocce piatte orizzontali, che sembrano enormi corpi di animali sostenuti da corte gambette. Ouaoua me ne indica una e mi dice un nome:"tejare"; sara` il nome dell'animale a cui la roccia somiglia o un termine per indicare quel tipo di fenomeno? A Tan Zoumaitac incontriamo anche le prime "teste rotonde", figure umane in ocra violacea dalla grossa testa tonda, priva di qualunque tratto fisionomico.
Anche le membra sembrano un po' rigonfie, tanto che qualcuno ha avanzato l'ipotesi che si tratti di extraterrestri. Accanto ad esse compare un'immagine emisferica sostenuta da peduncoli, che puo' far pensare ad un'astronave. Comunque sia, queste sono le pitture piu` antiche, risalenti all'alto neolitico, quando il Sahara godeva di un clima saheliano, aveva l'aspetto di una savana ed ospitava elefanti, giraffe, rinoceronti, leoni, come testimoniano le incisioni e i dipinti rupestri disseminati per tutto il deserto. In una grotta a destra c'e` l'immagine di una piccola, graziosa gazzella; il colore violaceo dice che anche questo dipinto e` assai antico. Addentrandoci fra le rocce, raggiungiamo il "grande canyon", una voragine scavata dall'acqua che una volta scorreva abbondante sul Tassili. Mi allontano dal gruppo per raggiungere un punto d'osservazione piu` elevato; da li scorgo sul fondo del canyon una piccola guelta, mai vista prima. Ouaoua, che mi ha raggiunto, mi dice che in quel punto sfociava l'oued Sibri`. Qui si gettava anche l'oued Tamrit, oggi conosciuto come "la valle dei cipressi", perche?L ospita dei bellissimi esemplari di "Cupressus Dupretiana", vecchi di 4000 anni , purtroppo votati all'estinzione, giacche?L i tentativi di farli ricrescere in loco non hanno dato risultati. La percorriamo ritornando verso Tamrit, colpiti dalle grandi chiome e dalle forme inusitate dei cipressi, alcuni fortemente piegati verso terra dal vento, altri col tronco tutto contorto e sinuoso, altri cresciuti con piu` tronchi come dei grandi cespugli. Ouaoua si arrampica su un tronco ormai morto e si appollaia lassu`; coi suoi occhietti sorridenti mi fa cenno di raggiungerlo, vuole farsi fotografare con me. Prima di uscire dalla valle vediamo altri dipinti: una mucca che allatta, un bel busto di guerriero con la testa rotonda e due asticelle che ne spuntano a mo' di antenne, e numerose mani, in tutto simili a quelle che si ritrovano nei dipinti rupestri coevi in Europa. Ouan Guffa-Innaleouan-In Itinen-Tetrastnelies Una pausa per il pranzo e ripartiamo. Attraversiamo Ouan Guffa, con i suoi spiazzi contornati da rocce a forma di teste di uccello col lungo becco, e ci troviamo di fronte In Aleouan, una selva di alti pinnacoli fortemente corrugati e tutti di forma diversa. I miei compagni sono senza parole di fronte all'aspetto maestoso e metamorfico del paesaggio e lo attraversano fermandosi continuamente per guardarsi intorno e indietro, perche?L ad ogni passo il cambiamento di prospettiva produce mutazioni nello scenario. Si chiamano l'un l'altro per indicarsi nuovi particolari appena scoperti, mentre Eugenio riempie di schizzi fogli su fogli, con l'aria di chi e` ansioso di non lasciarsi sfuggire nulla. Camminiamo lentamente col naso per aria in stretti corridoi sabbiosi, finche?L sbuchiamo nel vasto spiazzo di In Itinen , una grande arena limitata da torri di roccia meno alte delle precedenti. Qui, in una grotta, si trova la raffigurazione del carro dei Garamanti, una popolazione con cui anche i Romani ebbero a scontrarsi e che aveva la sua capitale a "Garama", in prossimita` dell'attuale Djerma in Libia. E' un carro a 4 ruote, trainato da una pariglia di cavalli al galoppo, con sopra un auriga che tiene saldamente in pugno le redini. Il dipinto risale al primo millennio A. C., ma la parete che lo ospita presenta altre immagini certamente anteriori: un bue pezzato con le corna lunate e altri animali dell'epoca "bovidiana", figure umane in piedi e sedute della stessa epoca, e in alto a destra una bella figura femminile seduta, con la testa rotonda e il bel profilo appena accennato, iscritta in un cerchio. Non molto oltre, nella zona chiamata Tetrastnelies, e` dipinta una figura bianca dall'aspetto mostruoso, sovrapposta ad una grande antilope, pure bianca, e a sinistra una teoria di figure umane bitriangolari con la testa a bastoncino di epoca posteriore. Nella parete di fronte c'e` una scena complessa con una carovana e forse la cattura di un cammello; nell'angolo in basso a destra mi pare di vedere, dietro ad una fila di cammelli piu` piccoli, un uomo che guida un carro trainato da un cavallo: siamo dunque vicini all'epoca cristiana, quando il cammello (in realta` il dromedario) e?L stato importato in Africa, ma non ha ancora completamente soppiantato il cavallo. La sera mettiamo il campo a Ouan Touami, sotto una parete di roccia aggettante, dove al mattino scopro alcune immagini sbiadite dell'epoca "camellina". La tappa e` stata lunga e dopo cena si rende necessaria una revisione del programma dei giorni successivi; dopo lunga discussione con Ouaoua, con l'intermediazione di Aziz e di Mohammed, che parlano un po' di francese, ci accordiamo per un programma che suddivida equamente le tappe, senza farci rinunciare a nessuno dei siti piu` importanti. Tutti vanno a dormire; rimaniamo solo io e Aziz a sistemare la cucina e a fare i preparativi per il giorno dopo. Chissa` perche?L, la consultazione ci ha messo di buon umore e, mentre lavoriamo, ci divertiamo a giocare con gli strani nomi dei luoghi che ospiteranno i prossimi campi. Ouan Touami-Tin Aboteka- Tin Tazarift- Tin Teferiest-Sefar Ouan Touami presenta rocce massicce con la superficie rugosa e scagliosa come un guscio di tartaruga; alla loro base , dove il vento ha eroso in profondita` la pietra arenarica, ci sono dei ripari fortemente aggettanti, ricchissimi di dipinti: in una parete e` raffigurata una lotta fra guerrieri e sul lato destro tre bellissimi bovini parzialmente sovrapposti, guardati da un pastore, che a me pare di epoca posteriore per la differente colorazione; in quella di fronte c'e` una caccia al muflone e nella zona inferiore un' altra battaglia. In altre pareti si vedono un labirinto, bei bovini di colore scuro, un bue con in groppa una scimmia(?), poi ancora mani inserite in una scena complessa, quasi illeggibile, e una scena di monta fra due bovini. Ci allontaniamo percorrendo una serie di spiazzi rocciosi contornati da rocce tozze e rugose, varia mente modellate in un gioco continuo di forme bizzarre, e sbuchiamo in un vasto pianoro sassoso; di fronte a noi si staglia la selva di torri di Tin Tazarift. Via via che ci addentriamo, gli spazi si restringono in una serie di corridoi stretti fra rocce strane, che paiono graffiate dalle unghiate di qualche enorme animale preistorico. Subito dopo un altro pianoro sabbioso e di nuovo una cortina di torri, dietro cui si apre un secondo pianoro sassoso su due livelli, a sua volta delimitato da torri piu` massicce: siamo a Tin Aboteka. Ci immettiamo nel letto dell'oued omonimo, popolato da magri cespugli, alla ricerca dei ripari con le pitture. Qui le rocce sono molto incavate e lisciate alla base e sotto gli aggetti scopriamo l' immagine di un grande muflone bianco, a cui e` sovrapposta quella di un cane in ocra rossiccia, con una lunga coda arricciolata, poi guerrieri con scudo e una grande immagine bianca e tozza con una testa che la fa assomiglire ad un fungo. Tin Aboteka e` il punto piu` a nord-est del nostro itinerario; ora puntiamo verso sud-ovest e ripercorriamo Tin Tazarift, osservandone le pitture, alcune delle quali sono fra le piu` belle e interessanti di tutto il Tassili. Abbondano scene del periodo "bovidiano", che raffigurano mandrie accompagnate da uomini; in una c'e` una figura umana esile ed elegante, dal profilo negroide, con in testa quella che sembra una bianca cuffietta e un perizoma pure bianco sui fianchi; in un'altra si vede, un animale (un cane?) che si rotola sulla schiena; in un'altra ancora compaiono scimmie e uccelli(?), raramente presenti nelle pitture del Tassili. Ma ci sono anche numerose teste rotonde, belle e a abbastanza conservate; un riparo in particolare presenta due personaggi armati di arco e muniti di 2 piccole antenne alla sommita` del capo; fra loro c'e` una terza figura orizzontale, che sembra nuotare. Tutte le figure sono disegnate con tratto sicuro e sono in movimento: questi lontani antenati avevano la stoffa dei grandi artisti. Alla base di un riparo Ouaoua ci indica una grossa pietra scavata, con dentro alcuni ciotoli perfettamente rotondi e levigati: si tratta di un mortaio, in cui questi artisti preistorici trituravano delle pietruzze color ocra, riducendole in polvere; poi legavano questa polvere con chiaro d'uovo di struzzo o con caseina e la usavano per realizzare le pitture. Anche in altre zone del Sahara e` facile vedere di questi mortai, che spesso hanno la forma di coppelle scavate nella roccia alla base dei dipinti. Procedendo in direzione di Sefar, attraversiamo l'oued Tin Teferiest, dove in un altro riparo scopro un' immagine semicancellata, che mi ricorda molto la "barca egizia" di Tamrit. A Sefar arriviamo per l'ora di pranzo e ci riposiamo dalla lunga e intensa tappa mattutina. Sefar assomiglia ad una grande citta` abbandonata, divisa in due dall'oued Sefar: a est c'e` Sefar Mellet,la citta` bianca, a ovest S. Settafet, la citta` nera. Le due denominazioni alludono alla differente colorazione delle rocce e alla presenza, nella parte bianca, della sabbia. Addentrandosi, ci si sente veramente dentro una citta` deserta e silenziosa: lunghi corridoi si incrociano a formare trivi e quadrivi e le masse rocciose paiono vecchi edifici abbandonati; ci si puo' insinuare fra gli spazi che li separano come entro atrii e cortili deserti. C'e` anche uno spiazzo assolato, con una piccola duna, che pare una piazza; e c'e` una roccia che si apre ad arco. Il sito presenta una concentrazione tale di dipinti di varie epoche, che e` impossibile descriverli tutti; su certe pareti si contano fino a 12 sovrapposizioni. Alcuni pero` rimangono impressi in modo indelebile per la loro bellezza ed eleganza: "i danzatori", con ricchi ornamenti pendenti dalle braccia e dalle ginocchia, la "dea bendata", tre figure con abiti elegantissimi, tutte appartenenti allo stile delle teste rotonde. Altre scene colpiscono per la presenza di immagini bianche di grandi dimensioni, che sembrano idoli mostruosi, affiancate da teorie di animali e figure femminili con le braccia alzate in atteggiamento orante. Non mancano scene di accampamento, con figure sedute a colloquio o intente a qualche attivita`, con animali e pelli stese a seccare, con una scrofa e il suo maialino; e ci sono struzzi, uccelli e scimmie, forse anche delle farfalle, e antilopi, mufloni. Ouaoua mi fa cenno di guardare in un piccolo incavo a forma di oblo`: dentro scorgo in buono stato di conservazione tre figure, di cui quella centrale e` senza dubbio una donna incinta. In un'altra grande e complessa scena si scorge, un po' isolata, una strana immagine, che pare una caricatura: ha membra sgraziate e un lungo naso; con ogni probabilita` e` la raffigurazione di un "jin", uno di quegli spiritelli in cui ancora i touareg credono e di cui hanno sacro timore. Infine, indimenticabile benche?L molto rovinata, una figura di donna seduta a colloquio con un'altra, ormai completamente cancellata. Ha la gamba destra distesa e quella sinistra ripiegata, la linea che disegna la coscia e` di un'eleganza estrema; sul ginocchio appoggiano la mano destra e il gomito sinistro; la testa e` cancellata. Io l'ho vista nella riproduzione fattane da Lhote: ha un profilo fine, sicuramente europoide, e un nasino a punta leggermente all'insu`.
Molte delle pitture del Tassili sono state rovinate dai lavaggi frequenti, intesi a farne risaltare le linee e i colori; in 50 anni l'uomo e` riuscito a deteriorare quello che la natura ha conservato per millenni. Oued Terassuitin-Oued Tintakenna-Oued Adjedjoum Abbandoniamo Sefar il pomeriggio successivo e per un po' camminiamo allo scoperto su un tavolato roccioso con ampia visuale.
In lontananza vediamo i nostri asinelli che procedono parallelamente a noi. Prendiamo poi l'oued Terassouitin, che all'inizio si restringe in meandri in mezzo a rocce massicce a stratificazione orizzontale spessa, quindi si allarga in un letto lastricato da grandi massi grigi e contornato da sfasciumi. Nel tardo pomeriggio sfociamo nell'oued Tin Takenna, che si allarga in un grande pianoro chiuso al fondo da lunghi cornicioni di roccia color asfalto, dietro cui si innalza qualche masso e qualche tozza guglia.
Verso la fine dell'oued, sulla destra, una larga parete ospita un dipinto con buoi, cammelli, figure bitriangolari in movimento, con testa a bastoncino, e 10 figure centrali sedute.
Ancora due valloni contornati da grandi terrazzamenti rocciosi, e quando li superiamo, ci troviamo sul largo, bellissimo oued Adjendjoum; di fronte a noi rocce verticali riunite a gruppi si innalzano su tavolati orizzontali parzialmente ricoperti da sfasciumi: e` Tinkani, l'attraverseremo domani. La giornata non e` stata serena, ma ora la luce del sole al tramonto colora il paesaggio di tinte morbide, dolcissime; il vento, che oggi ha un po' rinforzato, cala d'intensita`, regalandoci una sera quieta, che predispone al raccoglimento. Seduta su un masso, mentre Aziz prepara la cena e gli altri montano le tende, la mia emozione trabocca in un canto appena sussurrato: il Kyrie e il Sanctus della messa di Da Victoria mi escono spontanei, come un inno alla maestosa bellezza del paesaggio e un ringraziamento per il privilegio di poterne godere. Ma il vento ben presto ricomincia e sono costretta a costruire un riparo al luogo dove ceneremo con una coperta tesa fra due tronchi rinsecchiti. Dopo cena arrivano i touareg con il the e si intrattengono un poco con noi; il loro comportamento e?L sempre molto riservato e discreto, ma ci osservano, e questa sera scopriamo che hanno dato a ciascuna delle donne un nome rispondente a qualche sua caratteristica: Anna, che si muove continuamente come un folletto, e` Tabarat; Maria Grazia e` Aissha; Raffaella e` Bella; io sono Meriem, quella che provvede a tutto. Quando gli altri vanno a dormire e restiamo solo io e Aziz a fare il bilancio della giornata e il pro gramma per domani, mi sento improvvisamente triste e bisognosa di due braccia fra cui raggo- mitolarmi, di un corpo il cui contatto riempia la solitudine di questo momento. Abbandono a terra una mano, senza pensare a nulla; ma Aziz forse ha intuito e allunga anche lui una mano, toccando delicatamente la mia, e io sento che non sono piu` sola. La notte passa abbastanza tranquilla al riparo della roccia e di un muretto a secco, nonostante il vento abbia di nuovo ripreso con vigore; c'e` evidentemente una perturbazione in arrivo, altrimenti durante la notte sarebbe cessato quasi del tutto. Tinkani-Oued Temesseus-Ouan Issou-Oued Messedjoum Il mattino attraversiamo gli scuri massicci rocciosi di Tin Kani, entro corridoi e spiazzi in cui il vento si insinua dagli anfratti laterali. Ha soffiato tutta notte, ma ora ci regala una luce mattutina trasparente, che alleggerisce le tinte forti del paesaggio. Sbuchiamo prima su un vasto reg e dopo aver risalito una duna, vediamo di lontano nell'oued Tin Kani tre gazzelle che fuggono veloci; il vento ha certamente portato loro il nostro odore. In uno slargo successivo troviamo un dipinto con buoi, gazzelle, antilopi cavalline, uno strano animale dal dorso decorato a spina di pesce, e al di sotto 3 teste rotonde bianche. Stiamo percorrendo ora un lungo corridoio sabbioso fra torrioni, massicci e pinnacoli; il vento vi si insinua lateralmente e mulina la sabbia.
Scendiamo nel letto dell'oued Temesseous e il vento ci sospinge indietro e ci punge con mille aghi. In una grande grotta ci sono belle figure umane bitrian golari a gruppi; alcune sono sedute a cerchio intorno ad una centrale, piu` maestosa delle altre: mi fa venire in mente una scena di veglia intorno al fuoco con una nonna che racconta. La figura centrale, per come e` vestita, pare veramente una figura femminile! Mentre procediamo lungo l'oued, che si va allargando, la voce cantilenante di Ouaoua mi culla, si effonde dolcemente nella vastita` del paesaggio, sembra la voce "del pastore errante nei deserti della Asia": ne ha la lentezza e la malinconica rassegnazione.
Per un poco cerco di accompagnarlo, ma non ho abbastanza lena per camminare e cantare. Ci fermiamo un poco all'ombra di una grotta; Ouaoua continua a cantare battendo il ritmo sulla bottiglia di plastica semivuota che si porta appresso, poi mi chiama, come al solito, per chiedermi: "neghele?"(andiamo?). Proseguiamo in un alternarsi di reg e hammada. Gazzelle fuggono in lontananza. Dall'alto di una roccia che sovrasta Ouan Issou si vede un orizzonte polveroso. Il vento ha rinforzato e mi strappa di mano i fogli dei miei appunti; sono costretta a gettare lo zaino e a saltare fra le rocce per recuperarli. Ci riesco, ma e` quasi un miracolo. Ouaoua si appollaia su un cocuzzolo; mi ci affaccio e vedo a nord-est una fitta selva di pinnacoli dalla tonalita` grigia. Stanno arrivando gli asini e Ouaoua me li addita. Pranziamo qui, non appena ci raggiungono. Intanto l'orizzonte si fa piu` polveroso e le nuvole aumentano. Riprendiamo il cammino attraverso l'oued Ouan Issou, strettissimo e pieno di oleandri, le cui foglie denunciano la loro sete. Quando la visuale si allarga, avvistiamo un grande cipresso. Lo raggiungiamo e li vicino, sulla sinistra, vediamo una grotta con pitture del periodo bovidiano. Giriamo le spalle al cipresso, saliamo su alcuni cornicioni di roccia e ci troviamo sul "plateau", un immenso reg di colore grigio-bruno, solo a tratti interrotto da qualche lieve corrugamento. Ouaoua mi dice che e` lo stesso oued che abbiamo appena percorso. Camminiamo col vento contro, ma almeno qui non ci soffia addosso la sabbia. Incontriamo due piste molto battute: sono le piste che collegano Djanet con la Libia e sono percorse per lo piu` dai clandestini che vengono dal Niger o dal Ciad e cercano di raggiungere la Libia, magari per imbarcarsi per l'Europa. Due anni fa mi e` capitato di vederne uno all'ospedale di Djanet, con le labbra gonfie e piagate e la febbre alta: aveva attraversato il Tenere?L con 35 compagni pigiati dentro un unico toyota. A mano a mano che procediamo il "plateau" si rivela meno piatto di come e` apparso all'inizio: in un avvallamento compaiono numerosi i cespugli che segnalano il letto dell'oued e in lontananza cominciano a profilarsi le creste delle rocce che orlano l'oued Messedjoum. Chiedo a Ouaoua del vento; mi dice che di solito non dura meno di tre giorni. Il cielo minaccia e l'orizzonte e` fosco, tranne che verso oriente; se il vento si calmasse certamente pioverebbe, ma per fortuna nostra e sfortuna del luogo la prospettiva e` abbastanza remota. Avvistiamo in lontananza un cipresso e ricomincia ad arrivarci addosso la sabbia: l'oued e` vicino. Sulla sinistra Ouaoua mi addita alcuni asini selvatici; ne vedo altri davanti a noi, ma sono i nostri asinelli che gia` pascolano impastoiati. Avvalliamo dentro l'oued, dove ci aspetta il campo gia` predisposto. Il vento, come al solito verso sera, cala d'intensita` e ci regala una serata dolce, con le tinte calde e morbide del tramonto. Con Aziz faccio una breve passeggiata sul balcone di roccia ai cui piedi siamo accampati, alla ricerca di un posto riparato per dormire: non ci si puo' fidare del vento. Questa sera Moni ci ha fatto la "taghella", la focaccia di semola cotta sotto la sabbia e le braci; la condiamo con il sugo di carne e verdure fatto da Aziz e ci gratifichiamo con due bottiglie di un buon vino algerino, che ho tenuto in serbo proprio per la taghella. Intanto il vento rinforza. Dormo annidata fra le rocce, con la testa coperta; il vento mulina la sabbia e la sento sfrigolare mentre scivola veloce sul sacco a pelo. Al mattino sacchi a pelo, zaini, bagagli, tutto e` ricoperto e pieno di sabbia.
Jabbaren-In Aouarhat Due ore di marcia ci portano a Jabbaren: rocce basse, tozze, tutte seghettate; grandi massi che sembrano piombati dal cielo e rimasti li a contorcersi e a corrodersi al soffio del vento e della sabbia. Uno sembra un'enorme rotoballa schiacciata dall'urto sul suolo. Le pitture sono su lunghe pareti, in profondi incavi protetti da cornicioni fortemente aggettanti a seracco.
Vediamo buoi custoditi da uomini dal profilo negroide, un grosso animale ( il mitico bubalo?) inseguito da cacciatori, una battaglia fra arcieri, una mandria di bellissimi buoi policromi, figure bianche esili con corte mantelline rosse, e l'enorme figura bianca contornata di rosso, simile a quelle viste a Tin Tazarift e Sefar, che Lhote chiama "il gran dio marziano". Non vedo la bellissima "Antinea", una magnifica figura femminile, identificata con la mitica regina del popolo touareg. Quando siamo al campo ne chiedo a Ouaoua; mi dice che siamo passati davanti al riparo che la ospita, ma non l'abbiamo vista perche?L e` ormai completamente cancellata. Anche le bellissime figure chiamate "giudici di pace" sono completamente stinte: le riconosco, ma hanno perso tutto il loro splendore. Abbiamo poco tempo per pranzare, perche?L la visita pomeridiana a In Aouarhat richiedera` circa quattro ore e bisogna essere di ritorno al campo prima che faccia buio, non oltre le 19. Qualcuno protesta: siamo tutti un po' stanchi, ma non si puo` rinunciare ad In Aouarhat; io so che ci sono alcune fra le piu` belle pitture di tutto il Tassili. Partiamo alle 15. Scendiamo nel letto profondamente incavato dell'oued Jabbaren e risaliamo faticosamente sul versante opposto. Mi giro per guardare alle mie spalle: Jabbaren da qui sembra un villaggio di grosse capanne tondeggianti e tozze. Attraversiamo lo stretto letto dell'oued In Aouarhat e ci addentriamo in un luogo che a me pare meraviglioso.
In Aouarhat e` in alto, isolata fra due oued; sembra fuori dal mondo. Le nuvole si sono un poco alzate e la luce dona alle rocce una tinta morbida; il paesaggio assomiglia un poco a quello di Sefar, ha lo stesso fascino avvolgente.
Le grandi rocce, profondamente incavate, hanno curve morbide; si avrebbe voglia di addentrarsi nel loro labirinto per perdercisi dentro e non uscirne piu`. Mi pare che quassu`, in questo paradiso sospeso sotto il bellissimo cielo del Sahara, si potrebbe essere felici, felici anche di morirvi, per restarci per sempre.
Uscirne mi procura una lacerazione profonda, come di chi sente di stare esiliandosi dalla propria terra. Le pitture sono veramente di una qualita` eccezionale, benche?L siano anch'esse sbiadite.
Riconosco la stupenda dea cornuta o "dama bianca", col corpo riccamente adorno e la testa rotonda, da cui partono due corna, che paiono raccogliere una pioggia di semi. Un' antica divinita` agreste forse? Poco lontano c'e` una testa rotonda bianca, affiancata da una figura ricoperta da una maschera policroma, che mi ricorda le maschere vegetali che gli uomini indossano nella festa piu` significativa dei Kel Djanet, la "Sebeiba", che si svolge nella seconda meta` del mese di marzo.
Bellissima anche la "nuotatrice" coi seni sul dorso: le sue lunghe braccia e le gambe filiformi sembrano agganciare e trascinare un uomo con le membra raccolte; al di sotto una strana figura di color verdognolo fa pensare ad una lumaca. Si tratta certamente di una scena dalle forti valenze simboliche, ma di difficile interpretazione. Accanto c'e` l'immagine di una donna nera coi seni tatuati. Raggiungiamo l'accampamento quando il buio sta scendendo; Aziz ha la cena quasi pronta. E' l'8 marzo, la festa della donna ; ho riservato una bottiglia di Prosecco per brindare questa sera. Ma al momento del brindisi ci attende un'altra sorpresa: per ognuna delle donne del gruppo c'e` un biglietto disegnato da Eugenio e firmato dagli uomini. La cena e` particolarmente allegra: forse tutti sentiamo che questa e` l'ultima sera sul Tassili e, anche se per due giorni ancora saremo insieme, questo e` il momento conclusivo di una avventura che ci ha molto accomunato. Akba Aroum-Terarart Comincia la discesa verso l?fakba Aroum, piu` ripida, ma piu` breve dell?fakba Tafilalet, per la quale siamo saliti. Incontriamo qualche gruppo che sta salendo e per le 13 siamo ai piedi dell'altopiano. Gli asini ci hanno preceduto e Aziz ha gia` predisposto tutto per il pic nic, dando fondo alle ultime provviste. E' il momento del commiato dagli asinieri. I saluti sono calorosi e corredati da una foto di gruppo, per la quale Moni si avvolge tutto nel suo shesh scuro, lasciando visibili solo i suoi occhi alteri e penetranti, mentre Ouaoua, a viso scoperto, viene a mettersi accanto a me, appoggiandomi una mano sulla spalla. Ci disponiamo ad attendere i Toyota, che non arriveranno prima delle 15, e tutti si spargono all'ombra delle acacie, per riposare e forse per riordinare i ricordi di questa intensa esperienza. Io e Aziz prepariamo tutte le casse che verranno caricate sulle macchine, poi ci avviamo lentamente lungo il vallone, per andare loro incontro. Dopo poco compaiono. Il primo ad arrivare e` Alkher e come al solito e` elegantissimo in una gandura a righe verticali bianche e azzurre e con il shesh candido. Ci ha portato dei dolci, a cui facciamo molta festa, e un mazzolino di fiori. Sulla via del ritorno ci fermiamo un'ora a Djanet, per comprare qualche souvenir e scrivere qualche cartolina; ne approfitto per acquistare una collanina con la croce di Agadez per Umberta, e un piccolo cammello, opera di un "forgeron" locale , per Chiara, che di cammelli fa collezione.
Verso le 18 raggiungiamo Terarart per l'ultimo campo. Il cielo si e` completamente rasserenato, ma il vento continua, anzi rinforza, e in questo luogo aperto e` difficile difendersi dalle ventate che fanno schioccare i teli delle tende e portano via tutto cio` che e` abbastanza leggero. Questa sera si cena con il couscous, che Alkher ha preparato a casa sua e che e` veramente squisito, e si da` fondo alla provvista di vino che era rimasta a Djanet. Poi si va a dormire in previsione della levata all'alba di domani e del lungo viaggio che ci aspetta.
Trovo un punto riparato dietro la roccia scelta per il campo; all'inizio sono abbastanza protetta, ma presto il vento si scatena e mi investe con violenza. Non serve nemmeno coprirsi la testa : la sabbia si infila dentro il sacco a pelo, che al mattino ne e` tutto pieno, cosi` come lo zaino e le borse.
Quando aggiro la roccia, mi accorgo che ha fatto volare anche i teli esterni delle tende, cosi` in realta` questa notte quasi nessuno e` riuscito a dormire, tranne forse i touareg, che ci sono abituati. Facciamo colazione rapidamente e alle 7 siamo in partenza per l'aeroporto.
Faccio a mala pena in tempo a scambiare con Aziz l'indirizzo e il numero di telefono. Meglio! Cosi` non c'e` tempo per la tristezza della separazione e per i rimpianti.
NOTE
Pag.1- Gandura: lunga tunica colorata con ampie maniche, che tuareg portano su ampi calzoni. Shesh: lunga banda di stoffa variamente colorata che i tuareg avvolgono intorno al capo e sul viso, lasciando scoperti solo gli occhi. Erg : distesa di dune sabbiose. Gassi: avvallamenti tra le dune, attraverso i quali e` possibile passare con animali e macchine. Pag. 2- Oued: letto disseccato di un corso d?facqua. Guelta: bacino di acque piovane. Pag. 4- Akba: canalone di risalita attraverso il quale si accede all?faltopiano.



TADRART AKAKUS
Viaggio di Anna, Maria ed Enzo marzo 2003

Un buio nero pece, impenetrabile solo come il deserto senza luna puo` esserlo, ci ha accolto a Tam al nostro arrivo a sera inoltrata con il volo da Algeri.
Il deserto, tanto sognato nei lunghi mesi invernali, sembrava quasi si fosse voluto nascondere ancora per un giorno alla nostra vista prima di abbacinarci con la sua luce e i suoi colori.
Il sole era comunque dietro l?fangolo e abbiamo sentito i suoi raggi caldi e pungenti all?farrivo a Djanet il mattino seguente dove ci attendeva un amico di veccia data, un tuareg alto alto e magro magro avvolto in bel turbante blu: Djaba. Djanet ci ha subito affascinato per la sua aria da "ultimo avamposto", crocevia di uomini e mezzi sulla via per il Niger. Per le strade la gente, i piccoli negozi, il mercato evocavano tante letture: da Lawrence a Thesiger. Li` ci attendevano Mohamed, Ibrahim, Aziz e 3 belle jeep tutte con "regolari" guerbas per l?facqua appese davanti al radiatore. Il carico di viveri, acqua e carburante era gia` stato fatto quindi in poco tempo ci siamo ritrovati sulla pista che ci avrebbe condotto verso le magiche propaggini dell?fAkakus algerino. Le prime ore di viaggio sono state come un sogno.
Il corpo e la mente stavano lentamente riabituandosi al paesaggio desertico lasciato tanti mesi prima. Il sole caldo ci risvegliava come da un lungo sonno e la stanchezza del viaggio e tutti i pensieri venivano ?esciolti?f dal fantastico paesaggio che ci avvolgeva a 360 gradi.
La pace ci ha preso a poco a poco. Una pace senza tempo e senza pensieri se non il svegliarsi la mattina e l?favere davanti 24 ore di sorprese e meraviglie fatte di paesaggi mozzafiato, graffiti e pitture, canyons e mari di dune. L?forologio viene dimenticato, i ritmi del deserto li detta il cammino del sole nel cielo.
Non esiste piu` la fretta e sembra di poter andar per mesi cosi` vagabondando senza altra necessita` se non l?fincanto del paesaggio. Il Tadrart Akakus si e` svelato nei giorni seguenti con grandiosi paesaggi di rocce e di dune fino alla bellezza unica di Tin Merzuga. Li` imponenti dune rosse morbide e voluttuose abbracciano sensualmente rocce nere e aspre in un connubio assolutamente inedito e unico. Ma non solo paesaggio. Spesso il nostro procedere era interrotto da soste improvvise e ogni volta scendendo dai mezzi la domanda era la stessa "Che meraviglie vedremo ora ?".
Gli anfratti e le rocce della zona sono infatti un museo a cielo aperto e offrono un esempio unico di arte preistorica. Mai in altre zone sahariane abbiamo incontrato tante pitture e graffiti di cosi` squisita fattura.
Sulle rocce giraffe enormi e mandrie di elefanti, bovini e persino pesci; negli anfratti pitture variopinte di ogni tipo di animale dai buoi ai cammelli e scene di danza, caccia, guerra, tanto che, piu` di una volta voltandomi per ritornare sui miei passi, lo uadi arido e pietroso con le nostre jeep che ci attendevano, scompariva e al suo posto la mente immaginava un gorgogliante corso d?facqua con ricca vegetazione, bimbi e donne sulla riva, giraffe occhieggianti tra il fogliame?c?c.
il deserto e` capace anche di queste magie ! I giorni, pieni di sole ma mai caldissimi, si susseguivano a notti dove la luna piena era la sovrana assoluta.
Luminosissima ed enorme essa annientava purtroppo ogni altro bagliore siderale ma ci regalava un deserto trasformato nel piu` fantastico dei mondi.
Un nuovo pianeta dove quanto era noto nella luce del giorno, veniva modificato dalla fredda luce lunare assumendo altre dimensioni, altri colori e altre profondita`, dove era piacevole aggirarsi confrontando il cambiamento avvenuto e assaporando la magia di questo incanto silenzioso. Notti abitate oltre che dalla luna anche dal vento che ci costringeva a dormire all?faperto; ma che spettacolo l?falba sbirciata dal caldo del sacco a pelo con la luna che si attardava sulle dune rimpicciolendo sempre piu` tanto che sembrava non volersene andare per lasciare il posto al sole ! E si ricominciava il cammino e le soste con il rito del the e i campi dove Ibrahim preparava il pane cotto sotto la sabbia nella luce aranciata del tramonto e dove consumavamo le nostre cene attorno al fuoco avvolti nelle tenebre prima della spuntare della luna, ascoltando storie di deserto o, perche?L no, qualche bellissima fiaba tuareg.
Dopo le meraviglie dell?fAkakus algerino la nostra via ha preso direzione sud verso la tanto favoleggiata Alidemma. L?fabbiamo raggiunta in un caldo meriggio e ci ha accolto per la sosta per il pranzo in un?fesigua striscia d?fombra lasciata da una sporgenza contro una parete di roccia. Tutto attorno torri e contrafforti e picchi e rocce scure dalle mille forme sorgenti dalla sabbia chiara con dimensioni imponenti che creano un dedalo di percorsi dove si cammina naso all?finsu`.
Un luogo per giganti piu` che per uomini, giganti che dopo essersi baloccati con guglie e pinnacoli li hanno poi lasciati sparsi un po?f qui e un po?f la`. Poi via verso il nulla del Tenere` e la mitica Balise 21 sulla pista per il Niger e i Monti Gautier e poi ancora verso il pozzo di In Afellahlah fino all?fErg d?fAdmer in un susseguirsi di scenari sempre nuovi e sorprendenti che ci riempivano gli occhi e il cuore della magia sahariana. L?fErg d?fAdmer si e` rivelato un luogo magico abitato dai Jiin (?efolletti?f per la cultura tuareg) con dune pallide, cremose e bordate di vegetazione fiorita come delicati merletti bordano le crinoline di una vecchia signora. Il tramonto quella sera e` stato uno spettacolo unico e la palla tremolante del sole si e` eclissata tra le dune lasciandoci un inaspettato cielo di fuoco sopra la testa che ha lasciato il posto ad un incanto di stelle prima del sorgere della luna. Ultimo giorno e ultima sorpresa: Tikobaouin. Una Alidemma in miniatura, un gioiellino a portata di uomo e non di gigante, con bellissimi pinnacoli, archi di pietra, canyons e un piccolo mula mula che si e` divertito a conversare con me nel caldo del dopo pranzo mentre gli amici si attardano, come di consueto, attorno al fuoco dove bollivano le ?epot?f con il the e l?fartemisia.
A sera l?fincontro con le famose ?eVacche che piangono?f, uno dei graffiti in assoluto piu` famosi di tutto il Sahara e che fa` rimanere senza parole. Si potrebbe rimirarlo per un tempo indefinito senza stancarsi mai, seduti sulla sabbia con il sole all?forizzonte che tinge di colori caldi la roccia bruna. Ma l?findomani ?c.
niente aereo per Algeri.?c una tempesta di sabbia ci costringe a Djanet al "mitico" Hotel Zeriba unico albergo per i turisti dell?foasi. Un ?efuori programma?f che pero` ci ha dato la possibilita` di fare incontri interessanti, di scambiare esperienze e notizie con viaggiatori sahariani di ogni provenienza tutti bloccati li` dal giallo sudario che dalla tarda mattinata fino a sera avvolgeva tutto e tutti.
Tirando le somme un tour pienamente riuscito che ci ha svelato un altro angolo bellissimo della bellissima Algeria. Un enorme grazie al bravissimo Djaba, guida attenta ed esperta, ad Ibrahim, e Mohmed che si sono rivelati squisiti compagni di viaggio oltre che abilissimi autisti e ad Aziz cuoco provetto. E come e` finita vi chiederete ? Il deserto e` soprattutto pazienza, anche la tempesta di sabbia alla fine si e` placata e siamo rientrati in Italia senza altri intoppi. Ad un mese dal nostro rientro gia` stavamo progettando un nuovo tour algerino per l?fautunno?c?c?c. Anna Tour dans les sables Tassili degli Ajjer ?cE' come una musica dolce che ti culla lenta e ondeggiando ti assopisce, come il profumo che tutto incanta dell'amante perfetto. Ondeggia al suono del liuto, delle calde voci femminili portate dal vento. E' il Sahara, l'insieme di tutto ... del nulla. Deserto geografico ma stiva di emozioni. E da li attingi. Durante tutto il viaggio, con un istinto primitivo che ti guida a considerarti parte del paesaggio. Sabbia nella sabbia, vento nel vento. Un piccolo granello di polvere che l'impetuoso Harmattan accompagna lungo oued ormai asciutti, nelle guelte o sopra canyon arenarici d'infinita bellezza. Ti lasci trasportare e depositare, non importa dove. In fondo, che significato puo` mai avere il sapere dove sei, in un luogo dal quale non usciresti vivo senza le sapienti guide tuareg, navigatori instancabili delle sabbie. Cosi` ho fatto. Mi sono lasciato trasportare e depositare, non importa dove. Accompagnato da tre Uomini Blu e dalle loro Toyota, lungo piste sahariane nel sud-est algerino. Dopo il volo giungo a Djanet, la perla del Tassili. Insieme a me ci sono: Djaba, Mauro, Luca, Elena e Anusca.
Piu` tardi incontreremo A'hmed ed El Kher, rispettivamente cuoco e meccanico-autista del gruppo. Djaba, tuareg dalle atipiche contaminazioni metropolitane, e` il nostro punto di riferimento per il viaggio.
Si dimostrera` al contempo guida affidabile, e squisita presenza durante ogni momento della giornata. E' assieme a lui, a El Kher ad A'hmed e agli altri, che nelle calde notti davanti al fuoco, con i pensieri intorbiditi dalla stanchezza e dai miscugli alcolici che inesorabilmente seguono il rito del the, togli ogni tensione ai muscoli del corpo e abbandoni la mente. Fino a che la stanchezza ti coglie e ti assopisce.
Lentamente scivoli in una nuova dimensione, dove la realta` assume contorni sempre piu` sfumati. Storie di jinn, di infinite traversate, di vecchi commerci lungo la via del sale o di semplici uomini e donne, ti accompagnano a dormire un sonno dolce come il miele. Non so quale possa essere l'atmosfera di una fumeria d'oppio, ma non stenterei a crederla molto simile. Al risveglio, il dolce buongiorno di un sole abbacinante, capace di scaldarti le ossa indolenzite dal giacilio notturno. Lo stesso sole che, impietoso, ti fa grondare di sudore al primo sforzo. E le occasioni non mancano, visto che i gloriosi cammelli d'acciaio si concedono il lusso di insabbiarsi ovunque. Alle volte ho l'impressione che il deserto voglia digerire con la sabbia le nostre toyota che, scorrazzando, gli solleticano lo stomaco. Bastano pochi chilomtri lungo lo oued In Djeran o sui Tassili, per trovarsi avvolto da pulsanti atmosfere di vita millenaria. A memoria di un tempo che fu, il deserto ha gelosamente conservato testimonianze incise e dipinte di vita familiare, di caccia, di pastorizia e di riti propiziatori. Pitture rupestri che ti interrogano inflessibili ad ogni sguardo. Al loro cospetto impallidisce ogni timido tentativo di sentirti padrone degli eventi. Non sto a raccontarvi degli accadimenti del viaggio. Voglio solo lasciare testimonianza di quanto nel deserto ci si senta accolti in un paese di meraviglia.
Persone che compaiono e scompaiono da e verso il nulla, suoni armoniosi del vento che sembrano accompagnare danze tribali, piccoli animali che, come folletti, vengono a vegliarti il sonno, ed un cielo stracolmo di stelle, sono il proscenio di una esperienza che segna la memoria.
Macinando chilometri e chilometri di sabbie e rocce, con il vento che mi accompagna in ogni dove, mi sento peregrino di un mondo che stento a credere mio, che non conosco e che cerco di assaporare giorno per giorno, lentamente, come lentamente si sorseggiano le ultime gocce d'acqua rimaste nella borraccia. In questi luoghi non e` difficile immaginare di poter, un giorno, incontrare quel Piccolo Principe tanto caro all'immaginifica penna di Antoine de Saint Exupery.
Questa volta non l'abbiamo visto scorrazzare tra le dune, forse ci ha solo voluti sfiorare, ma so fin d'ora che ci saranno nuove occasioni. Vorrei in fine rivolgere un saluto ai miei accompagnatori, fieri uomini delle sabbie ed assoluti testimoni di un tempo che forse non e` piu`, ed un saluto a te, grande deserto, che ci accogli stranieri da terre diverse, e ci lasci con un dolce lamento che riecheggia continuo nella nostra memoria.

Inshallah
Gian Paolo Boiardi

Visti, permessi ed inviti: Ottenuti in due settimane circa tramite Djaba, tuareg algerino che spende parte del suo tempo anche in Italia.
Compagnie aeree Milano-Roma con Alitalia.
Roma-Algeri con Air Algerie o con Alitalia. Algeri-Djanet con Air Algerie (martedi`, giovedi` e sabato). In genere sono voli diretti su Tam o Djanet, a volte con sosta di una notte ad Algeri (dipende dai periodi dell?fanno) Luoghi visitati Il tragitto e` stato percorso con 2 Toyota (circa 1600 Km), in autosufficienza di viveri e tende. Abbiamo fatto rifornimento di acqua ai pozzi. Djanet: forse non piu` la perla del Tassili, ma comunque oasi tuareg interessante per la "palmeraie", il suk, la parte antica abbarbicata sulla montagna, l?fincontro con i Tuareg.
Oued Adri: a piedi lungo lo oued fino alla guelta omonima circondata da un grandioso anfiteatro di imponenti massicci arenarici. Tadrart Acacus: percorso l?fOued In Djeran che si snoda tra gole profonde, le cui pareti costituiscono un "museo" di pitture rupestri.
Campo a Mulenaga, in un incredibile paesaggio lunare. Tin Merzuga: la maestosita` delle grandi dune rosse dalla cui altezza appare in lontananza l?fimmensa distesa del deserto libico (nella foto "verso dove ?"). Alidemma: la citta` fantasma, abitata da millenarie colonne di roccia arenarica in un paesaggio magico e incantato (nella foto "Il Sahara ..."). Il Tenere`, in direzione sud: l?fimmensa distesa piatta di sabbia bianca, dove ogni punto di riferimento scompare, quindi i Monts Gautier, raggiunti i quali siamo risaliti verso nord, lungo l?foued Tafassaset. Erg Admer: traversata dell'erg dalle dune di cipria. A Terarart visita di una delle piu` belle incisione neolitiche: "La vacca che piange". Alcuni di noi hanno poi trascorso qualche giorno a: Tamrit: cipressi fossili. Tin Tazarifet, In Aouarhad, Sefar Jabbaren: i luoghi del Tassili N?fAjjer che rappresentano il piu` grande museo a cielo aperto con pitture ed incisioni rupestri di rara bellezza. Ospitalita` a Djanet Abbiamo trascorso una sola notte a Djanet, ospiti al "Le Zeribe", un piccolo albergo dotato di acqua per la doccia. Condizioni climatiche Decisamente molto caldo, anche durante la notte. Il vento comincia a dare un po' fastidio.
Situazione sicurezza Arrivati ad Algeri abbiamo fatto un piccolo giro in citta`, accompagnati da un amico di Djaba.
Ne` ad Algeri ne` in altro luogo toccato durante il viaggio ho mai avuto la sensazione di qualche "pericolo".
Questo, ovviamente, non significa che la situazione sia rose e fiori. Per quanto ne so, le zone da evitare sono quelle ad ovest di Algeri, come Orano, verso il confine marocchino. Probabilmente anche ad Algeri, peraltro molto bella, e` meglio girare accompagnati.